Per anni la cucina open space è stata il simbolo della casa contemporanea. Pareti abbattute, soggiorno e cucina fusi insieme, luce che attraversa gli ambienti senza interruzioni.
Nei progetti immobiliari era quasi diventata una scelta automatica: “apriamo tutto” era la frase ricorrente nei rendering e nei cantieri.
Oggi, però, qualcosa sta cambiando.
Non si tratta di un ritorno al passato in senso stretto, ma di un ripensamento più pratico che estetico. Sempre più persone, quando visitano una casa o ristrutturano la propria, iniziano a fare una domanda che fino a pochi anni fa era rara: “ma è proprio necessario avere tutto aperto?”
L’open space non è più una scelta automatica
Un architetto che lavora tra Milano e Brianza lo spiega così: “L’open space non è in crisi, ma non è più una scelta automatica. È diventato una delle opzioni possibili, non l’unica”.
Racconta che negli ultimi progetti i clienti chiedono sempre più spesso soluzioni ibride, dove cucina e soggiorno restano comunicanti ma non completamente fusi.
I problemi pratici della cucina aperta
Il motivo non è solo estetico.
La vita quotidiana ha riportato al centro problemi molto concreti: odori, rumore e disordine visivo.
Una cucina aperta è conviviale quando tutto è in ordine, ma diventa meno gestibile quando si cucina davvero ogni giorno.
Il problema non è il pranzo della domenica, è la cena di martedì sera quando non hai voglia di sistemare subito tutto.
La casa è cambiata con il lavoro da remoto
Anche il modo di vivere la casa è cambiato.
Il periodo del lavoro da remoto ha reso più evidente la necessità di spazi separabili. Non sempre fisicamente chiusi, ma almeno distinguibili.
In molte ristrutturazioni recenti si vedono sempre più spesso soluzioni con pareti scorrevoli, vetri, porte leggere o cucine semi-aperte, che permettono di modulare gli ambienti invece di tenerli sempre completamente aperti.
Come cambia il valore percepito della casa
Un altro elemento riguarda la percezione del valore immobiliare.
Se fino a qualche anno fa l’open space era considerato un plus quasi automatico, oggi alcuni acquirenti iniziano a valutarlo in modo più neutro.
Non è più un punto sempre a favore, ma una caratteristica da leggere insieme al resto della casa.
In alcune visite, raccontano gli agenti, capita perfino il contrario: “Bello, ma avrei preferito poter chiudere la cucina”.
Privacy domestica e nuovi bisogni
C’è poi una questione culturale più sottile.
L’idea di casa aperta, continua e condivisa, tipica degli anni 2000 e 2010, si sta scontrando con una nuova attenzione alla privacy domestica.
Non necessariamente isolamento, ma possibilità di separare momenti diversi della giornata.
Mangiare, lavorare e rilassarsi non sempre devono accadere nello stesso spazio visivo.
Detto questo, parlare di fine dell’open space sarebbe sbagliato.
Nei progetti di nuova costruzione e nelle ristrutturazioni di fascia alta continua a essere molto presente. Semplicemente è diventato più flessibile.
Non più una scelta ideologica, ma una risposta a esigenze concrete.
Come riassume un architetto: “Non è che abbiamo smesso di aprire le cucine. Abbiamo smesso di farlo senza pensarci”.
E qui la questione si sposta dall’architettura alle abitudini.
A questo punto la domanda è: voi come vivete davvero la cucina?
La preferite come spazio aperto e sociale oppure sentite il bisogno di poterla separare dal resto della casa?