Concessioni balneari e indennizzi: tra legge italiana e vincoli europei, il nodo resta irrisolto

Il dibattito sulle concessioni balneari è ancora lontano da una risoluzione definitiva. Il tanto atteso decreto interministeriale per la definizione degli indennizzi a favore dei concessionari uscenti – previsto dalla cosiddetta “legge Salva-infrazioni” – è stato formalmente trasmesso il 31 marzo 2025 dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti alla Presidenza del Consiglio e al MEF. Tuttavia, ad oggi, il testo non è stato reso pubblico, alimentando incertezza tra operatori del settore e addetti ai lavori.

Secondo le anticipazioni, il decreto dovrebbe stabilire i criteri per la determinazione degli indennizzi che i nuovi concessionari dovranno corrispondere ai precedenti titolari alla scadenza delle concessioni demaniali marittime a uso turistico-ricreativo. La norma prevede che l’indennizzo si basi sugli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati, a cui va aggiunta un’equa remunerazione degli investimenti realizzati negli ultimi cinque anni.

Questa previsione, salutata positivamente dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti (CNDCEC), che intravede un nuovo ruolo tecnico e valutativo per la categoria, solleva però forti perplessità da parte della Commissione Europea. Bruxelles teme che indennizzi troppo onerosi – specialmente se comprendessero voci come l’avviamento, i marchi o il valore aziendale – possano rappresentare una barriera all’ingresso per nuovi operatori, vanificando così il principio di concorrenza sancito dalla Direttiva Bolkestein.

In quest’ottica, l’UE ha espresso con chiarezza quali debbano essere i limiti agli indennizzi: devono riguardare esclusivamente i beni materiali e immateriali strettamente funzionali alla prestazione del servizio, effettivamente trasferiti al nuovo concessionario. Sono quindi escluse dal calcolo le strutture abusive, le opere fisse non rimovibili (salvo che siano di difficile rimozione e acquisite allo Stato), e ogni spesa non direttamente legata al servizio turistico-ricreativo.

Questo scontro tra logiche nazionali di tutela degli investimenti e impostazioni comunitarie basate sulla libera concorrenza lascia le imprese balneari in un limbo. Molti operatori, che hanno investito per anni nelle loro concessioni contando su proroghe o rinnovi, rischiano di non vedere riconosciuto il giusto valore del loro impegno. Dall’altra parte, l’Italia non può più rinviare l’attuazione della Direttiva Bolkestein, pena l’aggravarsi della procedura d’infrazione già avviata.

Il decreto del 31 marzo rappresenta un tentativo di mediazione tra queste due esigenze, ma la sua mancata pubblicazione solleva dubbi: è stato concordato con Bruxelles oppure rischia di essere rigettato? Sarà davvero operativo o dovrà essere rivisto?

Il tempo stringe: le gare per l’assegnazione delle nuove concessioni dovranno partire entro il 2027. In assenza di un quadro normativo chiaro, trasparente e condiviso, il rischio è che si moltiplichino i contenziosi e si blocchino gli investimenti, in un settore che da solo vale miliardi di euro e rappresenta un asset strategico per il turismo italiano.

In attesa del decreto definitivo, il Governo deve trovare un equilibrio tra tutela degli operatori storici e rispetto delle norme europee. La vera sfida non sarà solo quella di scrivere una norma formalmente corretta, ma di costruire un sistema equo, trasparente e sostenibile per il futuro delle coste italiane.

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